1,2,3…stella!

È  da qualche tempo che ormai le Femen hanno acquisito una certa notorietà mediatica e non hanno quindi bisogno di grandi presentazioni. Per chi non ne avesse comunque sentito parlare, trattasi di un movimento femminista nato in Ucraina e che si sta un po’ spargendo per il mondo. Svariate persone si ergono a loro difesa acriticamente, io invece vorrei porre delle questioni.

Le Femen promovuono una retorica neocolonialista.
La tendenza all’universalizzazione di determinati tipi di femminismi, quelli dominanti, come quelli giusti, migliori, gli unici possibili (salvo essere anti-femministe/i) è una cosa che conosciamo fin troppo bene.
In fondo, viviamo in un paese dove o promuovi la visione moralistica della donna, oppure non esisti. Proprio per questo, dovremmo valutare attentamente i linguaggi che usiamo, le pratiche che pratichiamo, e soprattutto, cosa appoggiamo.
Ebbene: le Femen a Parigi, qualche tempo fa, hanno attuato un’azione politica nella quale si sono messe il burqa e dopodiché si sono spogliate invitando, nei loro cartelli, le donne musulmane a fare altrettanto, dicendo loro di “liberarsi”. Ciò è veramente molto problematico, dal momento che innanzitutto si rafforza il colonialismo occidentale che proprio nel paternalismo e nella vittimizzazione delle donne non bianche cerca la sua giustificazione. Una di loro in un intervista addirittura fa l’equazione mentalità araba = mentalità sessista. Quando qualcuno decide a priori cosa è giusto o cosa non è giusto da fare per una donna, noi lo chiamiamo patriarcato. Se lo fanno le Femen, smette forse di essere tale?
Disegnando i limiti di cosa è un “buon” femminismo e di ciò che è un “cattivo” femminismo,  si presta il fianco a chi per l’ennesima volta vuole dividere le ragazze perbene dalle permale, e si usa la stessa retorica razzista che definisce le donne arabe  oppresse dalla sola cultura e dalla sola religione senza dire niente a proposito del capitalismo, del razzismo, dell’imperialismo.
Non a caso sempre le Femen hanno manifestato ad Amburgo nel quartiere a luci rosse.
Questa volta definiscono la prostituzione il fascismo del ventunesimo secolo. Ah sì? E io che pensavo fosse il patriarcato, il capitalismo, gli stati, il razzismo e così via.. c’è una differenza fondamentale tra il criticare totalmente l’imposizione di qualcosa e dire che qualcosa è male in sé. Significa dare per scontato che l’emancipazione debba essere l’ascesa all’integrazione nella società come capo di un azienda, poliziotta o chissà cos’altro, invece di essere la strada di una singola verso la realizzazione (pur limitata dal sistema, e quindi differente dalla liberazione) di sé stessa in qualsiasi cosa che le vada a genio. E quindi, ci si può emancipare benissimo anche scegliendo di fare la sex worker. E sottolineo scegliendo: rientra della definizione di sex work unicamente il lavoro sessuale liberamente scelto e non quindi la tratta, che vivacemente  si combatte, e ogni lavoro sessuale imposto. In tutto questo, le sex workers e le donne arabe hanno qualcosa in comune: l’essere reiette rispetto ad un certo modello di femminismo (che per me non é tale) bianco, borghese, colonialista, moralista e l’essere considerate delle idiote perché con la loro “falsa coscienza” non riescono proprio a vedere l’intrinseca oppressione (?) che invece noi occidentali saremmo in grado di vedere.
Bella fregatura: dicono la stessa cosa proprio in altri lidi, dove però l’oppressione che non si riesce a vedere è quella della minigonna. E allora, evidentemente, l’oppressione in sé non è nella minigonna e neanche nel burqa, e neanche nell’essere o nel non essere una lavoratrice del sesso, bensì nel trovarsi ancora di fronte chi pretende di stabilire cosa sia giusto o sbagliato…. e nelle ingiustizie dello stato di cose presente.